Motivazione dell'archiviazione dell'esposto contro l'inceneritore di Vercelli

Visto che nessuno è colpevole .

Il punto fondamentale del nostro secondo esposto è che, proprio grazie alla sua consulenza fatta su ordine del tribunale di Torino, abbiamo avuto la conferma che la discarica contiene tossico-nocivi e che i vertici dell'amministrazione comunale e dell'AMNU (la controllata che è poi diventata ATENA) lo sapessero. Ora, considerato anche il nuovo ddl eco-reati, ci pare assurdo che nessuno, né la procura né il comune, vogliano procedere contro chi ha fatto danno ambientale ed economico, visto che la bonifica si farà a spese alla collettività.
Aggiungo anche che quando è stato archiviato anche l'esposto presentato presso la procura di Torino, sostanzialmente dicendo che la bonifica dell'area è sì obbligatoria ma, essendo lo stanziamento dei fondi una scelta politica, non possono essere perseguiti gli amministratori pubblici per non averla fatta (messa a bilancio), ci era anche stato detto che, in quanto soggetti privati, non eravamo legittimati ad opporci all'archiviazione: peccato che i soggetti pubblici non diano segni di vita

verra chiesto all'amministrazione comunale di farsi carico della rivalsa nei confronti di chi ha creato la discarica abusiva dell'inceneritore di VERCELLI. leggo nell'ordinanza di archiviazione che viene impedito ai proponenti di ripresentare lo stesso esposto sugli stessi fatti poiché il procedimento n.2708/09RGNR è già stato giudicato e archiviato il 12-8-2014. I giudici ritengono che le ipotesi di reato oggetto dell'esposto del 7-10-2013 siano già state vagliate nel procedimento citato pur svolgendo e poi richiedendo indagini integrative tra cui la consulenza tecnico ambientale a firma dott. Cuttica ed in seguito archiviate.La consulenza del dott. Cuttica riconosce l'abuso della discarica mai autorizzata, assimilandola ad una irregolare attuale di tipo B, riconoscendo la contaminazione delle falde acquifere e nonostante il permanere della situazione, confinata all'interno dell'impianto, esclude il rischio di consumo umano.Le responsabilità penali, continua la consulenza, non sono accertabili causa il tempo trascorso e che anzi ne determina la prescrizione.Permettetemi di notare che Cuttica è anche il cognome del responsabile ARPA di Vercelli che ha deciso pubblicare lo studio epidemiologico attorno all'inceneritore vercellese.Con successiva opposizione, Martino e altri , integrano l'esposto precedente con la denuncia del mancato intervento di vigilanza. La consulenza Cuttica però taglia corto concludendo che gli attuali proprietari non sono accusabili. Per il reato di omissioni di atti d'ufficio sia ASL , ARPA, Provincia e Comune di Vercelli che le altre amministrazioni pubbliche erano informate da anni al punto che nel 2012 concertarono un progetto di bonifica.Insomma in veste di consulente, Cuttica, si comporta da controllore e da controllato, ammesso che sia lo stesso Giancarlo Cuttica, cosa da verificare.Anche alla luce della recente legge sugli ecoreati, legge n.68 del 22-5-2015 per i reati di deposito non autorizzato o abbandono incontrollato, i giudici individuano il soggetto attivo del reato nell'autore materiale del deposito o dell'abbandono.A mio modestissimo parere sarebbe il caso di fare una controperizia per valutare l'opportunità di agire anche se prevedo che la risposta sia sempre che: ci son già stati due esposti già archiviati sullo stesso argomento e stesso luogo e che quindi si ricade nel caso presente. 

 

 

 

TRIBUNALE DI VERCELLI

SEZIONE DEI GIUDICI PER LE INDAGINI PRELIMINARI

 

Proc. n. 935-15 R.G. N.R. MOD 44

Proc. n. 2390-15 R.G. G.I.P.

 

ORDINANZA

(ARTT. 409, 410 comma 2 C.P.P.)

 

Il Giudice, dott. Fabrizio Filice

vista la richiesta di archiviazione presentata dal P.M. in relazione al procedimento a

margine indicato, a carico di IGNOTI

per i reati di cui agli artt. 279/2, 256/4 dlgs 152/06, 19/8 dlgs 133/05

visto l’atto di opposizione depositato ex art. 410 c.p.p. da

ROASIO DARIO, ROSSI CARLO, SOLLIER PAOLO, PAVESE MARTINO

sciogliendo la riserva assunta all’udienza camerale dell’8.10.2015;

 

OSSERVA

 

Ritiene il Giudice di condividere la valutazione operata dal P.M. in sede di richiesta

di archiviazione.

 

Anzi tutto, con riguardo al presupposto giuridico su cui fonda la richiesta, ovverosia la coincidenza dei fatti—reato con quelli già oggetto del procedimento n. 2708/09 RGNR, a loro volta attinti da decreto di archiviazione emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Vercelli il 12.8.2014, mette conto osservare che detta coincidenza, in astratto, non configura, tecnicamente, una litispendenza dalla quale possa prendere le mosse il divieto del cosiddetto bis in idem processuale ( art. 649 c.p.p.); giacché tale situazione ricorre solo quando il procedimento “duplicato” abbia a oggetto fatti per cui il P.M. abbia esercitato l’azione penale; quando invece abbia a oggetto fatti già attinti da un decreto di archiviazione, il presupposto che giustifica una seconda richiesta di archiviazione, in linea di pura coerenza con la prima, va ravvisato nell’art. 414 c.p.p., che riserva al P.M., e non alla parte privata, la facoltà di richiedere al Giudice la riapertura delle indagini: se l’esercizio di detta facoltà può certo essere sollecitato dalla persona offesa, con memorie a ciò deputate, non può invece essere in alcun modo coartato dalla persona offesa, né tanto meno da questa richiesto direttamente al Giudice; da qui l’esigenza di impedire l’abuso di facoltà riservate alla persona offesa, quando finalizzate a ottenere, nella pratica, questo risultato: ad esempio mediante un nuovo esposto avente a oggetto i medesimi fatti già archiviati e una nuova opposizione a seguito di una seconda richiesta di archiviazione.

 

Ciò precisato, si ritiene che, effettivamente, 4c ipotesi di reato deducibili dall’esposto degli odierni opponenti, risalente al 7 ottobre 2013 e oggetto della richiesta di archiviazione e dell’opposizione oggi in discussione, siano state integralmente e compiutamente vagliate nell’ambito del procedimento n. 2708/09 RGNR: il, quale concerneva l’ipotesi di reato di stoccaggio non autorizzato di rifiuti nell’area dell’inceneritore di Vercelli ed è stato oggetto di avocazione da parte della Procura Generale di Torino; nel contesto di tale procedimento vennero svolte indagini integrative, disposte dal G.I.P. del Tribunale di Vercelli ai sensi dell’art. 409/4 c.p.p., in particolare consistenti nello svolgimento di una complessa consulenza tecnico-ambientale (a firma dott. Cuttica), prima del definitivo esito nel provvedimento di archiviazione dell’agosto del 2014.

 

La consulenza Cuttica attesta che lo stoccaggio dei rifiuti di risulta del processo di incenerimento, effettivamente mai autorizzato, risale agli anni ottanta ed è consistito nell’interramento di rifiuti con caratteristiche tossico-nocive: situazione oggi assimilabile alla gestione di una discarica irregolare di tipo B.

 

L’interramento dei rifiuti tossici ha causato la contaminazione delle falde acquifere, il cui gradiente di diffusione ha toccato, negli anni, diversi livelli di contaminazione, per attestarsi, nel periodo attuale, sui suoi livelli più bassi: ma non in forza di alcun intervento di bonifica - mai effettuato -, bensì del naturale processo di riassorbimento delle scorie.

 

Resta il fatto che anche allo stato attuale - conclude la consulenza - permane l’inquinamento della falda superficiale; anche se detta situazione pare oggi circoscritta all’area interna al sito, senza diffusività nell’area esterna, per cui non vi sarebbero rischi di un consumo umano diretto di acque contaminate. '

 

In ordine alle eventuali responsabilità penali, le conclusioni della consulenza - fatte proprie dal Procuratore Generale e condivise dal Giudice nel provvedimento di archiviazione - sono nel senso che, data la risalenza delle condotte di interramento, non sia possibile risalire con certezza ai responsabili del reato; senza contare l’inapplicabilità, ratione temporis, delle fattispecie incriminatrici del Testo Unico dei reati ambientali ( D.lvo 152/2006) e, comunque, il certo decorso del tempo necessario a prescrivere.

 

Ora, alla lettura dell’esposto dell’ottobre 2013, che ha dato origine al presente ulteriore procedimento, pare del tutto insindacabile che i fatti rappresentati (l’interramento dei rifiuti, la contaminazione del suolo e delle falde acquifere, la tuttora perdurante situazione di contaminazione dell’area interna al sito dell’inceneritore) siano esattamente coincidenti con quelli del procedimento 2708/09.

 

E’ con la successiva opposizione che, invece, gli odierni opponenti intendono focalizzare - “integrando” l’esposto originario - anche condotte ulteriori a quelle già oggetto del primo procedimento, ed essenzialmente consistenti nella perdurante condotta omissiva, ascrivibile tanto all’attuale proprietà dell’area (Atena Patrimonio S.p.A.) quanto alle varie amministrazioni pubbliche locali ( Regione, Provincia, Comune, A.S.L.) a vario titolo preposte alla vigilanza in materia ambientale: le quali avrebbero, tutte e ognuna per propria competenza, concorso a una generale omissione di interventi di bonifica e ripristino dell’area, la cui contaminazione perdura, come si è visto, tuttora.

 

In realtà, contrariamente a quanto dedotto dagli opponenti, anche la situazione attuale è stata oggetto di attento vaglio nel procedimento 2708/09; infatti la consulenza Cuttica, dopo avere concluso per la non ascrivibilità agli attuali proprietari della risalente condotta di stoccaggio irregolare, attesta anche che:

- l’abbandono delle scorie prosegue ancora oggi, non essendo mai stata eseguita alcuna opera di bonifica, nonostante vari progetti già approvati, in particolare a seguito di segnalazioni. di urgenza pervenute, nel corso degli anni, da parte dell’ASL e della Regione Piemonte;

- del pari prosegue ancora oggi la situazione di inquinamento della falda acquifera interna al sito ove i rifiuti sono abbandonati;

- la proprietà dell’area è oggi identificabile, a partire dal 2002, in Atena Patrimonio S.p.A.;

- le istituzioni pubbliche preposte - Provincia di Vercelli, Comune di Vercelli, Dipartimento ARPA di Vercelli, ASL di Vercelli - sono certamente, da anni, a conoscenza della situazione, tanto che l’ultimo progetto di bonifica approvato di concerto dalle suddette istituzioni risale al 2012.

 

Parametrando, quindi, l’evoluzione della situazione successiva allo stoccaggio dei rifiuti, sino allo stato attuale, alla disciplina normativa vigente, la consulenza - e, conformemente, il Procuratore Generale e il G.I.P. del procedimento 2708/09 - concludono per la non ravvisabilità, in capo agli attuali proprietari, né alle amministrazioni pubbliche coinvolte, di alcun tipo di illecito ambientale.

 

E tali conclusioni non possono che essere qui integralmente condivise, in quanto imperniate su un principio ispiratore e permeante l’intera disciplina dei reati ambientali (con riferimento, ovviamente, alla disciplina vigente ratione temporis in relazione all’incardinamento del procedimento, vale a dire quella del Testo Unico dei Reati ambientali, D.lvo 152/06, cit., con esclusione della recente riforma degli eco-reati portata dalla Legge n. 68 del 22 maggio 2015): vale a dire l’irresponsabilìtà penale del proprietario dell’area contaminata che non sia, però, autore delle condotte inquinanti; e, più in generale, dei soggetti diversi dai predetti

autori della condotta inquinante primaria.

 

In particolare, i reati di deposito non autorizzato e/o di abbandono incontrollato di rifiuti ( art. 256 del Testo Unico, cit.) postulano la divisabilità di una condotta attiva, di carattere gestorio o dismissivo, in capo al soggetto attivo del reato; mentre la successiva condotta omissiva - tale da far proseguire nel tempo il perfezionamento del reato, nelle forme del reato permanente ovvero istantaneo con effetti eventualmente permanenti -, per essere rilevante, richiede sempre un «nesso di collegamento soggettivo» con la condotta dismissiva primaria: in particolare, secondo quanto affermato in Cass. Sez. 3, Sentenza n, 30910 del

10/06/2014, Ottonello, Rv. 260011, che ha affrontato espressamente la questione, 'reato di deposito incontrollato di rifiuti ha natura permanente se l'attività illeci è prodromica al successivo recupero o smaltimento delle cose abbandonate, e quindi la condotta cessa soltanto con il compimento delle fasi ulteriori rispetto a quella del rilascio; ha invece natura istantanea con efietti eventualmente permanenti se l'attività illecita si connota per una volontà esclusivamente dismissiva dei rifiuti, che, per la sua episodicità, esaurisce gli effetti della condotta fin dal momento dell'abbandono e non presuppone una successiva attività gestoria volta al recupero o allo smaltimento.

 

Il soggetto attivo del reato è, quindi, sempre ed esclusivamente individuabile nell’autore materiale del deposito o dell’abbandono.

 

E lo stesso è a dirsi sul versante dell’omessa bonifica dei siti.

 

Il reato di omessa bonifica di cui all’art. 257 del Testo Unico punisce, per l’omissione delle operazioni di bonifica, l’autore dell’inquinamento del suolo e non il proprietario non concorrente nell’inquinamento, qualificato come «interessato non responsabile»: al quale l’art. 245 conferisce la sola facoltà - ma non l’obbligo - di attivarsi, con conseguente irresponsabilità penale per l’omissione.

 

L’unica norma suscettibile di attrarre nell’area del «penalmente rilevante» anche «l’interessato non responsabile» è l’art. 255/3: ove si sanziona chiunque non ottemperi all’ordinanza del Sindaco di cui all’art. 192/3: il quale, a sua volta, prevede uno specifico potere autoritativo del Sindaco di ordinare la remissione in pristino - potere peraltro non attivato nella fattispecie - ma, ancora una volta, esclusivamente nei confronti dell’autore delle violazioni primarie, eventualmente in solido con il proprietario non responsabile al quale, però, le violazioni siano del pari attribuibili, sia pure a titolo di dolo 0 colpa.

 

In conclusione, unico onere espressamente gravante sull’interessato non colpevole che riscontri, come nella specie, su un’area di propria titolarità o uso, contaminazioni determinate da eventi avvenuti anteriormente all’entrata in vigore del Testo Unico, è quello previsto all’art. 242/11: il soggetto interessato deve segnalare la potenziale contaminazione alla Regione, alla Provincia e al Comune competenti, per l’attivazione delle procedure di caratterizzazione e analisi previste dal comma 4, finalizzate alla determinazione della contaminazione: procedure che, nel caso di specie, risultano essere state compiutamente attivate - come, del pari, attesta la consulenza Cuttica - sin dagli anni novanta ( si cita, in particolare, la nota prot. n. 15298 del 31.5.1994 rivolta dalla Presidenza della Provincia di

Vercelli al Servizio di Igiene Pubblica dell’allora USSL 45).

 

Con riguardo, invece, al prosieguo dell’attività dell’inceneritore dopo il rilascio, nel 2008, della IPPC - AIA (autorizzazione integrata ambientale conforme ai criteri di cui alla direttiva dell'Unione Europea 96/61/CE, poi riscritta dalla successiva 2008/1/CE, introduttiva dei principi di integrated pollution prevention and control), e alla sua incidenza sulla situazione di contaminazione pregressa, la consulenza Cuttica afferma che qualsiasi impatto che l'inceneritore possa aver determinato sulla falda dopo il rilascio dell' IPPC/AIA (2008) rispetto allo stoccaggio dei rifiuti provenienti dal processo (ad esempio fanghi di trattamento delle soluzioni di abbattimento, stoccaggi dei rifiuti pericolosi, movimentazione di soluzioni per l'abbattimento dei fumi, altro) o da fatti legati a incidenti, non è individuabile (e, conseguentemente, non è individuabile la responsabilità) in quanto era già in atto una contaminazione pregressa che non era stata risolta prima del rilascio dell'AIA.

E aggiunge, il consulente, che anche nel caso in cui tali attività successive, incidendo sulla contaminazione già in atto, avessero determinato una miscelazione di rifiuti pericolosi, secondo la definizione dell’art. 187, sempre del Testo Unico, non si sarebbe potuta ritenere esigibile un’operazione di separazione dei rifiuti miscelati (art. 187/3), in quanto di fatto incompatibile con il prosieguo dell’attività ormai autorizzata, con conseguente innesco della clausola di salvaguardia della impossibilità tecnica della separazione, di cui al medesimo art. 187/3: dal che l’inapplicabilità della sanzione dell’art. 255/3: riferibile, oltre che ai casi di in ottemperanza all’ordinanza del Sindaco emanata ai sensi dell’art. 192/3, appunto anche ai casi di Violazione dell’obbligo di separazione fisica di cui all’art. 187/3, salva, però, la sua impossibilità tecnica.

Tali profili, peraltro, sono stati espressamente vagliati dalla consulenza Cuttica e dalla pedissequa richiesta di archiviazione nel procedimento 2708/09.

Quanto, infine, all’eventuale responsabilità omissiva delle amministrazioni pubbliche coinvolte, ci si potrebbe chiedere se non possa ravvisarsi, in capo alle amministrazioni locali a vario titolo preposte alla vigilanza in materia ambientale, il diverso reato di omissione di atti di ufficio, di cui all’art. 328 cod. pen., sotto il profilo dell’omissione di un tempestivo intervento - ad esempio di carattere autoritativo, quale quello di cui al citato art. 192 del Testo Unico - per l’eliminazione dei rifiuti e per il ripristino dello stato dei luoghi.

Anche tale prospettazione, tuttavia, risulta, alla luce degli elementi disponibili, piuttosto dubbia, considerando da un lato che, ai fini della configurabilità dell'elemento psicologico del delitto di rifiuto di atti d'ufficio, è necessario che il pubblico ufficiale abbia consapevolezza del proprio contegno omissivo, dovendo egli rappresentarsi e volere la realizzazione di un evento contra ius senza che il diniego di adempimento trovi alcuna plausibile giustificazione alla stregua delle norme che disciplinano il dovere di azione; e, dall’altro lato, che, proprio in punto sussistenza del dolo, si è ad esempio affermato, in Cass. Sez. 6, Sentenza n. 51149 del 09/04/2014, Scopelliti, Rv. 261415, che non rispondono del delitto in esame il sindaco né il dirigente amministrativo di un comune in relazione all'omesso smaltimento del percolato di una discarica comunale non più attiva, dovendosi escludere la sussistenza del dolo perché durante il periodo di tempo trascorso dalle segnalazioni del problema all'affidamento dei lavori di smaltimento a una ditta specializzata, il primo aveva fatto adottare dalla giunta comunale una delibera per la bonifica della discarica, e il secondo aveva fatto svolgere accertamenti per risolvere definitivamente l'inconveniente.

 

Effettivamente, anche nel caso di specie le amministrazioni pubbliche coinvolte non sembrano essere rimaste - secondo quanto afferma sempre la consulenza Cuttica - del tutto inerti, essendosi anzi susseguiti nel corso degli anni, da parte delle predette amministrazioni, attività di monitoraggio e programmi di bonifica, poi rimasti, però, inseguiti; e dovendosi, a questo riguardo, qui rimarcare come la consulenza affermi anche, come si è visto, che non c’è, oggi, il rischio di un consumo umano diretto di acque contaminate, in quanto il residuo di contaminazione è limitato all’area interna al sito di stoccaggio: il che può

legittimamente essere stato valutato dagli organi competenti prima di assumere provvedimenti autoritativi, pesantemente incidenti sull’attuale proprietà dell’area, e che si sarebbero potuti giustificare solo con l’urgenza assoluta di arginare un concreto e attuale rischio per la salute pubblica.

 

Tali elementi di dubbio, di vero, non consentono, in questa sede, di ritenere la sussistenza del diverso delitto di cui all’art. 328 c.p. in capo a una o più amministrazioni pubbliche locali; né, quindi, di ordiname la relativa iscrizione nel registro di cui all'art. 335 cod. proc. pen. ( fermo, in ogni caso, il debito accoglimento della richiesta di archiviazione in relazione a tutte le ipotesi di reati ambientali, per le ragioni su esaminate).

 

Del pari non si ritengono sussistenti elementi sufficienti per dedurre l’emersione, allo stato, di reati diversi, in ordine ai quali il P.M., titolare dell’azione penale, potrà, se lo riterrà, svolgere autonomamente gli approfondimenti ritenuti necessari.

Ad esempio, ci si potrebbe chiedere se la nuova incriminazione portata dalla citata Legge 68/15, con precipuo riferimento al reato di inquinamento ambientale ( art. 452 bis c.p.), vada letta esclusivamente con riferimento alle definizioni ambientali già contenute nel Testo Unico del 2006, oppure possieda una portata più ampia e generale; e, in questo caso, se questa più ampia portata possa essere tale da ricomprendere condotte omissive non rilevanti, come visto, ai sensi del Testo Unico, e per la parte, ovviamente, commessa successivamente all’entrata in vigore dell’incriminazione.

 

Salva, dunque, la facoltà del P.M. di procedere, di sua iniziativa, a nuove iscrizioni nel registro delle notizie di reato, ovvero di richiedere, sempre di sua iniziativa, la riapertura delle indagini, ai sensi dell’art. 414 c.p.p., nel procedimento 2708/09, l’attuale richiesta di archiviazione deve essere, allo stato dei fatti, senz’altro accolta per le ragioni sopra esaminate.

 

Visti gli artt. 408, 410 e 415. c.p.p.,

 

Dispone l’archiviazione del procedimento.

Ordina la restituzione degli atti al P.M.

Autorizza il rilascio di copia agli aventi diritto

Manda alla cancelleria per quanto di competenza

Vercelli, 10/10/2015

 

TRIBUNALE DI VERCELLI

SEZIONE DEI GIUDICI PER LE INDAGINI PRELIMINARI

 

Proc. n. 935-15 R.G. N.R. MOD 44

Proc. n. 2390-15 R.G. G.I.P.

 

ORDINANZA

(ARTT. 409, 410 comma 2 C.P.P.)

 

Il Giudice, dott. Fabrizio Filice

vista la richiesta di archiviazione presentata dal P.M. in relazione al procedimento a

margine indicato, a carico di IGNOTI

per i reati di cui agli artt. 279/2, 256/4 dlgs 152/06, 19/8 dlgs 133/05

visto l’atto di opposizione depositato ex art. 410 c.p.p. da

ROASIO DARIO, ROSSI CARLO, SOLLIER PAOLO, PAVESE MARTINO

sciogliendo la riserva assunta all’udienza camerale dell’8.10.2015;

 

OSSERVA

 

Ritiene il Giudice di condividere la valutazione operata dal P.M. in sede di richiesta

di archiviazione.

 

Anzi tutto, con riguardo al presupposto giuridico su cui fonda la richiesta, ovverosia la coincidenza dei fatti—reato con quelli già oggetto del procedimento n. 2708/09 RGNR, a loro volta attinti da decreto di archiviazione emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Vercelli il 12.8.2014, mette conto osservare che detta coincidenza, in astratto, non configura, tecnicamente, una litispendenza dalla quale possa prendere le mosse il divieto del cosiddetto bis in idem processuale ( art. 649 c.p.p.); giacché tale situazione ricorre solo quando il procedimento “duplicato” abbia a oggetto fatti per cui il P.M. abbia esercitato l’azione penale; quando invece abbia a oggetto fatti già attinti da un decreto di archiviazione, il presupposto che giustifica una seconda richiesta di archiviazione, in linea di pura coerenza con la prima, va ravvisato nell’art. 414 c.p.p., che riserva al P.M., e non alla parte privata, la facoltà di richiedere al Giudice la riapertura delle indagini: se l’esercizio di detta facoltà può certo essere sollecitato dalla persona offesa, con memorie a ciò deputate, non può invece essere in alcun modo coartato dalla persona offesa, né tanto meno da questa richiesto direttamente al Giudice; da qui l’esigenza di impedire l’abuso di facoltà riservate alla persona offesa, quando finalizzate a ottenere, nella pratica, questo risultato: ad esempio mediante un nuovo esposto avente a oggetto i medesimi fatti già archiviati e una nuova opposizione a seguito di una seconda richiesta di archiviazione.

 

Ciò precisato, si ritiene che, effettivamente, 4c ipotesi di reato deducibili dall’esposto degli odierni opponenti, risalente al 7 ottobre 2013 e oggetto della richiesta di archiviazione e dell’opposizione oggi in discussione, siano state integralmente e compiutamente vagliate nell’ambito del procedimento n. 2708/09 RGNR: il, quale concerneva l’ipotesi di reato di stoccaggio non autorizzato di rifiuti nell’area dell’inceneritore di Vercelli ed è stato oggetto di avocazione da parte della Procura Generale di Torino; nel contesto di tale procedimento vennero svolte indagini integrative, disposte dal G.I.P. del Tribunale di Vercelli ai sensi dell’art. 409/4 c.p.p., in particolare consistenti nello svolgimento di una complessa consulenza tecnico-ambientale (a firma dott. Cuttica), prima del definitivo esito nel provvedimento di archiviazione dell’agosto del 2014.

 

La consulenza Cuttica attesta che lo stoccaggio dei rifiuti di risulta del processo di incenerimento, effettivamente mai autorizzato, risale agli anni ottanta ed è consistito nell’interramento di rifiuti con caratteristiche tossico-nocive: situazione oggi assimilabile alla gestione di una discarica irregolare di tipo B.

 

L’interramento dei rifiuti tossici ha causato la contaminazione delle falde acquifere, il cui gradiente di diffusione ha toccato, negli anni, diversi livelli di contaminazione, per attestarsi, nel periodo attuale, sui suoi livelli più bassi: ma non in forza di alcun intervento di bonifica - mai effettuato -, bensì del naturale processo di riassorbimento delle scorie.

 

Resta il fatto che anche allo stato attuale - conclude la consulenza - permane l’inquinamento della falda superficiale; anche se detta situazione pare oggi circoscritta all’area interna al sito, senza diffusività nell’area esterna, per cui non vi sarebbero rischi di un consumo umano diretto di acque contaminate. '

 

In ordine alle eventuali responsabilità penali, le conclusioni della consulenza - fatte proprie dal Procuratore Generale e condivise dal Giudice nel provvedimento di archiviazione - sono nel senso che, data la risalenza delle condotte di interramento, non sia possibile risalire con certezza ai responsabili del reato; senza contare l’inapplicabilità, ratione temporis, delle fattispecie incriminatrici del Testo Unico dei reati ambientali ( D.lvo 152/2006) e, comunque, il certo decorso del tempo necessario a prescrivere.

 

Ora, alla lettura dell’esposto dell’ottobre 2013, che ha dato origine al presente ulteriore procedimento, pare del tutto insindacabile che i fatti rappresentati (l’interramento dei rifiuti, la contaminazione del suolo e delle falde acquifere, la tuttora perdurante situazione di contaminazione dell’area interna al sito dell’inceneritore) siano esattamente coincidenti con quelli del procedimento 2708/09.

 

E’ con la successiva opposizione che, invece, gli odierni opponenti intendono focalizzare - “integrando” l’esposto originario - anche condotte ulteriori a quelle già oggetto del primo procedimento, ed essenzialmente consistenti nella perdurante condotta omissiva, ascrivibile tanto all’attuale proprietà dell’area (Atena Patrimonio S.p.A.) quanto alle varie amministrazioni pubbliche locali ( Regione, Provincia, Comune, A.S.L.) a vario titolo preposte alla vigilanza in materia ambientale: le quali avrebbero, tutte e ognuna per propria competenza, concorso a una generale omissione di interventi di bonifica e ripristino dell’area, la cui contaminazione perdura, come si è visto, tuttora.

 

In realtà, contrariamente a quanto dedotto dagli opponenti, anche la situazione attuale è stata oggetto di attento vaglio nel procedimento 2708/09; infatti la consulenza Cuttica, dopo avere concluso per la non ascrivibilità agli attuali proprietari della risalente condotta di stoccaggio irregolare, attesta anche che:

- l’abbandono delle scorie prosegue ancora oggi, non essendo mai stata eseguita alcuna opera di bonifica, nonostante vari progetti già approvati, in particolare a seguito di segnalazioni. di urgenza pervenute, nel corso degli anni, da parte dell’ASL e della Regione Piemonte;

- del pari prosegue ancora oggi la situazione di inquinamento della falda acquifera interna al sito ove i rifiuti sono abbandonati;

- la proprietà dell’area è oggi identificabile, a partire dal 2002, in Atena Patrimonio S.p.A.;

- le istituzioni pubbliche preposte - Provincia di Vercelli, Comune di Vercelli, Dipartimento ARPA di Vercelli, ASL di Vercelli - sono certamente, da anni, a conoscenza della situazione, tanto che l’ultimo progetto di bonifica approvato di concerto dalle suddette istituzioni risale al 2012.

 

Parametrando, quindi, l’evoluzione della situazione successiva allo stoccaggio dei rifiuti, sino allo stato attuale, alla disciplina normativa vigente, la consulenza - e, conformemente, il Procuratore Generale e il G.I.P. del procedimento 2708/09 - concludono per la non ravvisabilità, in capo agli attuali proprietari, né alle amministrazioni pubbliche coinvolte, di alcun tipo di illecito ambientale.

 

E tali conclusioni non possono che essere qui integralmente condivise, in quanto imperniate su un principio ispiratore e permeante l’intera disciplina dei reati ambientali (con riferimento, ovviamente, alla disciplina vigente ratione temporis in relazione all’incardinamento del procedimento, vale a dire quella del Testo Unico dei Reati ambientali, D.lvo 152/06, cit., con esclusione della recente riforma degli eco-reati portata dalla Legge n. 68 del 22 maggio 2015): vale a dire l’irresponsabilìtà penale del proprietario dell’area contaminata che non sia, però, autore delle condotte inquinanti; e, più in generale, dei soggetti diversi dai predetti

autori della condotta inquinante primaria.

 

In particolare, i reati di deposito non autorizzato e/o di abbandono incontrollato di rifiuti ( art. 256 del Testo Unico, cit.) postulano la divisabilità di una condotta attiva, di carattere gestorio o dismissivo, in capo al soggetto attivo del reato; mentre la successiva condotta omissiva - tale da far proseguire nel tempo il perfezionamento del reato, nelle forme del reato permanente ovvero istantaneo con effetti eventualmente permanenti -, per essere rilevante, richiede sempre un «nesso di collegamento soggettivo» con la condotta dismissiva primaria: in particolare, secondo quanto affermato in Cass. Sez. 3, Sentenza n, 30910 del

10/06/2014, Ottonello, Rv. 260011, che ha affrontato espressamente la questione, 'reato di deposito incontrollato di rifiuti ha natura permanente se l'attività illeci è prodromica al successivo recupero o smaltimento delle cose abbandonate, e quindi la condotta cessa soltanto con il compimento delle fasi ulteriori rispetto a quella del rilascio; ha invece natura istantanea con efietti eventualmente permanenti se l'attività illecita si connota per una volontà esclusivamente dismissiva dei rifiuti, che, per la sua episodicità, esaurisce gli effetti della condotta fin dal momento dell'abbandono e non presuppone una successiva attività gestoria volta al recupero o allo smaltimento.

 

Il soggetto attivo del reato è, quindi, sempre ed esclusivamente individuabile nell’autore materiale del deposito o dell’abbandono.

 

E lo stesso è a dirsi sul versante dell’omessa bonifica dei siti.

 

Il reato di omessa bonifica di cui all’art. 257 del Testo Unico punisce, per l’omissione delle operazioni di bonifica, l’autore dell’inquinamento del suolo e non il proprietario non concorrente nell’inquinamento, qualificato come «interessato non responsabile»: al quale l’art. 245 conferisce la sola facoltà - ma non l’obbligo - di attivarsi, con conseguente irresponsabilità penale per l’omissione.

 

L’unica norma suscettibile di attrarre nell’area del «penalmente rilevante» anche «l’interessato non responsabile» è l’art. 255/3: ove si sanziona chiunque non ottemperi all’ordinanza del Sindaco di cui all’art. 192/3: il quale, a sua volta, prevede uno specifico potere autoritativo del Sindaco di ordinare la remissione in pristino - potere peraltro non attivato nella fattispecie - ma, ancora una volta, esclusivamente nei confronti dell’autore delle violazioni primarie, eventualmente in solido con il proprietario non responsabile al quale, però, le violazioni siano del pari attribuibili, sia pure a titolo di dolo 0 colpa.

 

In conclusione, unico onere espressamente gravante sull’interessato non colpevole che riscontri, come nella specie, su un’area di propria titolarità o uso, contaminazioni determinate da eventi avvenuti anteriormente all’entrata in vigore del Testo Unico, è quello previsto all’art. 242/11: il soggetto interessato deve segnalare la potenziale contaminazione alla Regione, alla Provincia e al Comune competenti, per l’attivazione delle procedure di caratterizzazione e analisi previste dal comma 4, finalizzate alla determinazione della contaminazione: procedure che, nel caso di specie, risultano essere state compiutamente attivate - come, del pari, attesta la consulenza Cuttica - sin dagli anni novanta ( si cita, in particolare, la nota prot. n. 15298 del 31.5.1994 rivolta dalla Presidenza della Provincia di

Vercelli al Servizio di Igiene Pubblica dell’allora USSL 45).

 

Con riguardo, invece, al prosieguo dell’attività dell’inceneritore dopo il rilascio, nel 2008, della IPPC - AIA (autorizzazione integrata ambientale conforme ai criteri di cui alla direttiva dell'Unione Europea 96/61/CE, poi riscritta dalla successiva 2008/1/CE, introduttiva dei principi di integrated pollution prevention and control), e alla sua incidenza sulla situazione di contaminazione pregressa, la consulenza Cuttica afferma che qualsiasi impatto che l'inceneritore possa aver determinato sulla falda dopo il rilascio dell' IPPC/AIA (2008) rispetto allo stoccaggio dei rifiuti provenienti dal processo (ad esempio fanghi di trattamento delle soluzioni di abbattimento, stoccaggi dei rifiuti pericolosi, movimentazione di soluzioni per l'abbattimento dei fumi, altro) o da fatti legati a incidenti, non è individuabile (e, conseguentemente, non è individuabile la responsabilità) in quanto era già in atto una contaminazione pregressa che non era stata risolta prima del rilascio dell'AIA.

E aggiunge, il consulente, che anche nel caso in cui tali attività successive, incidendo sulla contaminazione già in atto, avessero determinato una miscelazione di rifiuti pericolosi, secondo la definizione dell’art. 187, sempre del Testo Unico, non si sarebbe potuta ritenere esigibile un’operazione di separazione dei rifiuti miscelati (art. 187/3), in quanto di fatto incompatibile con il prosieguo dell’attività ormai autorizzata, con conseguente innesco della clausola di salvaguardia della impossibilità tecnica della separazione, di cui al medesimo art. 187/3: dal che l’inapplicabilità della sanzione dell’art. 255/3: riferibile, oltre che ai casi di in ottemperanza all’ordinanza del Sindaco emanata ai sensi dell’art. 192/3, appunto anche ai casi di Violazione dell’obbligo di separazione fisica di cui all’art. 187/3, salva, però, la sua impossibilità tecnica.

Tali profili, peraltro, sono stati espressamente vagliati dalla consulenza Cuttica e dalla pedissequa richiesta di archiviazione nel procedimento 2708/09.

Quanto, infine, all’eventuale responsabilità omissiva delle amministrazioni pubbliche coinvolte, ci si potrebbe chiedere se non possa ravvisarsi, in capo alle amministrazioni locali a vario titolo preposte alla vigilanza in materia ambientale, il diverso reato di omissione di atti di ufficio, di cui all’art. 328 cod. pen., sotto il profilo dell’omissione di un tempestivo intervento - ad esempio di carattere autoritativo, quale quello di cui al citato art. 192 del Testo Unico - per l’eliminazione dei rifiuti e per il ripristino dello stato dei luoghi.

Anche tale prospettazione, tuttavia, risulta, alla luce degli elementi disponibili, piuttosto dubbia, considerando da un lato che, ai fini della configurabilità dell'elemento psicologico del delitto di rifiuto di atti d'ufficio, è necessario che il pubblico ufficiale abbia consapevolezza del proprio contegno omissivo, dovendo egli rappresentarsi e volere la realizzazione di un evento contra ius senza che il diniego di adempimento trovi alcuna plausibile giustificazione alla stregua delle norme che disciplinano il dovere di azione; e, dall’altro lato, che, proprio in punto sussistenza del dolo, si è ad esempio affermato, in Cass. Sez. 6, Sentenza n. 51149 del 09/04/2014, Scopelliti, Rv. 261415, che non rispondono del delitto in esame il sindaco né il dirigente amministrativo di un comune in relazione all'omesso smaltimento del percolato di una discarica comunale non più attiva, dovendosi escludere la sussistenza del dolo perché durante il periodo di tempo trascorso dalle segnalazioni del problema all'affidamento dei lavori di smaltimento a una ditta specializzata, il primo aveva fatto adottare dalla giunta comunale una delibera per la bonifica della discarica, e il secondo aveva fatto svolgere accertamenti per risolvere definitivamente l'inconveniente.

 

Effettivamente, anche nel caso di specie le amministrazioni pubbliche coinvolte non sembrano essere rimaste - secondo quanto afferma sempre la consulenza Cuttica - del tutto inerti, essendosi anzi susseguiti nel corso degli anni, da parte delle predette amministrazioni, attività di monitoraggio e programmi di bonifica, poi rimasti, però, inseguiti; e dovendosi, a questo riguardo, qui rimarcare come la consulenza affermi anche, come si è visto, che non c’è, oggi, il rischio di un consumo umano diretto di acque contaminate, in quanto il residuo di contaminazione è limitato all’area interna al sito di stoccaggio: il che può

legittimamente essere stato valutato dagli organi competenti prima di assumere provvedimenti autoritativi, pesantemente incidenti sull’attuale proprietà dell’area, e che si sarebbero potuti giustificare solo con l’urgenza assoluta di arginare un concreto e attuale rischio per la salute pubblica.

 

Tali elementi di dubbio, di vero, non consentono, in questa sede, di ritenere la sussistenza del diverso delitto di cui all’art. 328 c.p. in capo a una o più amministrazioni pubbliche locali; né, quindi, di ordiname la relativa iscrizione nel registro di cui all'art. 335 cod. proc. pen. ( fermo, in ogni caso, il debito accoglimento della richiesta di archiviazione in relazione a tutte le ipotesi di reati ambientali, per le ragioni su esaminate).

 

Del pari non si ritengono sussistenti elementi sufficienti per dedurre l’emersione, allo stato, di reati diversi, in ordine ai quali il P.M., titolare dell’azione penale, potrà, se lo riterrà, svolgere autonomamente gli approfondimenti ritenuti necessari.

Ad esempio, ci si potrebbe chiedere se la nuova incriminazione portata dalla citata Legge 68/15, con precipuo riferimento al reato di inquinamento ambientale ( art. 452 bis c.p.), vada letta esclusivamente con riferimento alle definizioni ambientali già contenute nel Testo Unico del 2006, oppure possieda una portata più ampia e generale; e, in questo caso, se questa più ampia portata possa essere tale da ricomprendere condotte omissive non rilevanti, come visto, ai sensi del Testo Unico, e per la parte, ovviamente, commessa successivamente all’entrata in vigore dell’incriminazione.

 

Salva, dunque, la facoltà del P.M. di procedere, di sua iniziativa, a nuove iscrizioni nel registro delle notizie di reato, ovvero di richiedere, sempre di sua iniziativa, la riapertura delle indagini, ai sensi dell’art. 414 c.p.p., nel procedimento 2708/09, l’attuale richiesta di archiviazione deve essere, allo stato dei fatti, senz’altro accolta per le ragioni sopra esaminate.

 

Visti gli artt. 408, 410 e 415. c.p.p.,

 

Dispone l’archiviazione del procedimento.

Ordina la restituzione degli atti al P.M.

Autorizza il rilascio di copia agli aventi diritto

Manda alla cancelleria per quanto di competenza

Vercelli, 10/10/2015

 

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